giovedì 4 novembre 2010

Alexej von Jawlensky - L'arte intimista



Attraverso i miei studi, mi sono imbattuta in un artista che merita uno sguardo.
Si tratta di uno dei primi espressionisti, di origine russa, che è sempre stato offuscato dalla personalità di Kandiskij, decisamente più forte della sua. Nonostante questo, Alexej von Jawlensky mi ha colpita e non lo dico solo perché è stata una delle mie prime presentazioni su un pittore, ma perché i suoi dipinti hanno una malinconia, una visione interiore dell'emozione davvero interessante. “L’arte è nostalgia di Dio”, una citazione che riassume il suo pensiero sull’arte, il suo costante legame con la natura e tutto ciò che è tangibile. Jawlnsky non giunge mai all’astrattismo, anche se la carica spirituale, che verso la fine della sua carriera si trasformerà in meditazione quasi religiosa, farà sembrare molte sue opere assimilabili a questo genere. .
Alexej von Jawlensky nasce in Russia nel 1864. Proviene da una famiglia aristocratica, di origine tedesca. Suo padre era colonnello dell’esercito e lui e i suoi fratelli sono stati avviati alla carriera militare. Nel 1880 visiterà l’Esposizione Mondiale di Mosca e qui avverrà il suo vero primo incontro con l’arte. Jawlensky diventerà capitano delle guardie imperiali di San Pietroburgo, ma nel frattempo, nel 1882 inizierà anche a frequentare  l’Accademia di Belle Arti, dove studia pittura e disegno. Gli studi accademici, però, non lo soddisfano granché, tanto da affermare “Dieci anni di Accademia fanno di un artista un idiota”, frase esemplare!
In questo periodo avrà come maestri un pittore svedese Anders Zorn, legato ancora alla resa realistica dei soggetti, e Ilya Repin, suo insegnante all’Accademia; è un pittore molto famoso in Russia, lavorando anche per lo Zar Nicola II. E’ grazie a Repin che conosce Marianne von Werefkin e nascerà un sodalizio artistico quasi trentennale, in cui la pittrice, che probabilmente provvederà anche al suo sostentamento economico, mettendo da parte momentaneamente il suo talento pittorico, si occuperà di creare una comunità di artisti di varie discipline, un po’ anticipando quello che farà Kandinsky.
Negli ultimi anni dell'Ottocento con la Werefkin si trasferisce a Monaco e frequenta una scuola privata di pittura diretta da Anton Azbè, dove conosce Kandinsky.
Giungerà poi a Parigi e qui verrà influenzato dal pittore olandese Vincent Van Gogh. Grazie alla conoscenza dei suoi dipinti, schiarirà la tavolozza e per un po’ utilizzerà la tecnica pointilista. Amerà così tanto Van Gogh da comprare nel 1908 “La casa di Père Pilon” a mezzo di grandi sacrifici economici.
Tra i soggetti che preferisce ci sono nature morte, insieme a paesaggi e a ritratti; la sua avversione per l'astrattismo è da ricercare nel personale bisogno di SINTESI tra il mondo interiore e quello esteriore, tra il modello naturale e la carica espressiva dei suoi colori, creando equilibrio anche tra essi e la forma.
Ma i contatti con il mondo artistico che ha segnato la fine dell'Ottocento non sono ancora terminati. Nel 1902 espone al Salon d’Automn con i Fauves, gli espressionisti francesi. Ci tornerà nel 1905 e conoscerà Matisse che lo inviterà a lavorare nel suo atelier. Inoltre visiterà mostre di Gauguin e Cèzanne
Nel 1909 a Monaco Jawlensky, insieme a Kandinsky, la Werefkin, Adolf Erbsloh, ma anche musicisti, storici dell’arte, letterati e ballerini, fonderà la Nuova Associazione degli Artisti di Monaco. Valutando la  composizione del gruppo, si può ravvisare quanto questa associazione non sia altro che un’anticipazione degli intenti, degli obiettivi del Cavaliere azzurro, il famoso gruppo espressionista capeggiato da Kandinsky. Le mostre del gruppo saranno ospitate dalla galleria Thannhauser e saranno aperte nel 1910 anche all’arte francese con artisti come Picasso, Braque, Derain.
Franz Marc scrive: “A Monaco, i primi e gli unici seri rappresentanti delle nuove idee furono due russi, residenti da anni in quella città, dove avevano operato in solitudine e in silenzio, sino a quando si unirono a loro alcuni tedeschi. Con la fondazione della Neue Vereinigung ebbero inizio quelle singolari, bellissime mostre che erano destinate a diventare la disperazione dei critici”. (Il Cavaliere Azzurro). I due russi che cambieranno il mondo dell'arte sono Kandinsky e Jawlensky, amici e colleghi già da tempo.
Nel 1911 ci sarà la sua prima personale da settembre a ottobre nella Ruhmeshalle a Barmen. Purtroppo l'anno successivo l’esperienza con la Nuova Associazione degli Artisti di Monaco volge al termine. Già dopo la mostra del 1910, alla quale avevano partecipato i francesi, si erano create tensioni all’interno del gruppo tanto che Kandinsky e Marc ne uscirono. Nel 1912 vi è la rottura anche con Jawlensky e Marianne von Werefkin, che si aggregheranno all’esperienza del Blaue Reiter.
Costa del Mar Mediterraneo
Jawlensky non dichiarerà mai di far parte del Cavaliere Azzurro, anche se parteciperà alle sue mostre, la prima già nel dicembre del 1911 e la seconda nel 1912. Nel ‘13 il Blaue Reiter esporrà anche a Berlino con 360 opere.
Per analizzare una delle tematiche affrontate da Jawlensky, il paesaggio, si può osservare “Costa del Mar Mediterraneo;. partiamo da una dichiarazione di Jawlensky: “Un’opera d’arte è un mondo a sé stante, non un’imitazione della natura”. Per Jawlensky era importante effettuare una sintesi tra ciò che i suoi occhi potevano cogliere della natura e la propria visione interiore della stessa, tenendo in considerazione quali corde riusciva a toccare e quali sensazioni riuscivano ad essere tradotte con la linea e il colore. Analizzando l’aspetto cromatico del dipinto in questione, si possono notare le campiture di colore puro a pennellate molto strette. Possiamo dividere il dipinto in due parti: la prima è costituita  dalle due fasce orizzontali, nettamente separate, di colori primari, il giallo e il blu, affiancate tanto da rafforzarsi a vicenda; la seconda è caratterizzata da un paesaggio roccioso reso con pennellate meno rigide rispetto al cielo e al mare, dove il rosso è affiancato al verde, suo colore complementare. Non c’è senso di profondità, non sono modellati i volumi, ma è evidente una importante caratteristica coloristica di Jawlensky, chiarita dalla citazione: “Le tele erano incandescenti di colori. Ed io ero soddisfatto nel mio intimo”.
Solitudine
Colline
Interessante notare come altri due paesaggi del 1912, in pieno Blaue Reiter, sono nella forma sostanzialmente simili: l’utilizzo della linea di contorno, i colori primari e i loro complementari accostati, le colline che digradano in giallo, rosso e blu, la pennellata visibile, le campiture larghe, i piani di profondità accostati ma non modellati, l’aspetto monumentale pur trattandosi di piccoli formati. In realtà il titolo del primo dipinto, "Solitudine", è emblematico nella sua valenza interiore, a rappresentare uno stato d’animo, unendo così la natura, il mondo esterno con l’interiorità in modo palese.
Natura morta con vaso e brocca
Parlando di nature morte, “Natura morta con vaso e brocca” ci porta a riconsiderare la lezione di Matisse per le forme sobrie le linee decorative, che segnano i contorni degli oggetti e il cromatismo brillante, in particolare il rosso e il blu, che accendono questo dipinto; la carica di questi colori è una sorta di obiettivo artistico per Jawlensky. Dirà infatti “Mele, alberi, volti umani rappresentano soltanto indicazioni a vedervi qualcosa d’altro, la vita del colore, come la coglierebbe un appassionato, un innamorato.”
Alexander Sacharoff
Il ritratto più conosciuto dell’artista è quello dedicato ad Alexander Sacharoff, che gravitava nell’ambito del Blaue Reiter per quanto riguardava la danza. Sacharoff è ritratto in una posa morbida, aggraziata, a tradire la sua professione probabilmente. L’abito è reso con una grande campitura rossa con un contorno nero, che rivela solo la sagoma; l’ombra alle spalle del ballerino è di colore verde. Il volto è sintetizzato, appuntito, lasciando lo spettatore libero di concentrarsi sullo sguardo ambiguo.
La piuma bianca
“La piuma bianca”, altro ritratto, sembra dare più respiro ad una resa della figura umana  più piatta, più disegnata, complice l’abito blu scuro, indossato dalla donna, che non permette di individuare i dettagli delle maniche; il braccio sinistro spunta quasi improvvisamente a mostrare la mano che regge un ventaglio. Mi è sembrato ravvisabile una certa somiglianza con i disegni per manifesti e copertine di Toulouse-Lautrec, che riportano una simile impostazione.
Altra particolarità di Jawlensky è quella di utilizzare un formato sempre più quadrato, specie nei ritratti, che conserveranno comunque sempre le caratteristiche finora osservate. È il 1912 a segnare questa svolta, in cui sono appena visibili le spalle dei soggetti. I volti sono più sintetici, più abbozzati nei lineamenti, tanto da essere assimilabili a delle maschere demoniache, in cui gli occhi diventano cerchiati e spiritati.
Nell’evoluzione dei ritratti Jawlensky procede molto più velocemente che negli altri soggetti prediletti. Nel 1913 cambia ancora il modo di rendere i suoi volti, abbandonando le teste rotonde e preferendo l’ovale, con un riferimento alle icone bizantine, tradendo la sua origine russa, rifugiandosi in questo schema ben delineato. Sottolinea in modo più netto gli occhi e le sopracciglia.
Testa astratta
Il riferimento alle icone, utilizzate in ambito religioso, ci riporta a uno degli ultimi cambiamenti della sua arte, ormai fuori dal periodo del Blaue Reiter. Il 1914, anno dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, per Jawlensky significherà l’esilio in Svizzera, portando con sé solo una valigia, avendo avuto, come tutti gli stranieri, 48 ore per lasciare la Germania. Soffrirà molto questa situazione e, a partire da questo anno, le sue teste assumeranno delle valenze meditative, sacrali, intimiste, riportandoci alla considerazione dell’arte come nostalgia di Dio. Elaborerà le Teste Mistiche, le Meditazioni e i Volti del Salvatore. Le produrrà in serie, insieme alle Variazioni, dedicate molto di più al paesaggio, e alle Teste astratte, elaborate a partire da uno schema a croce.
Jawlwnsky ha prodotto anche un corpus di disegni di una certa rilevanza, nella maggior parte perduti: volti, nudi e anche caricature di sé stesso. Era anche un collezionista di dipinti contadini su vetro, di piccole dimensioni, tipici di Murnau e il suo amico Kansinsky li conosceva molto bene, dato che molti bozzetti per la copertina dell’almanacco Der Blaue Reiter erano appunto stati fatti su vetro. In fin dei conti, molti dei suoi dipinti possono essere assimilati alle vetrate, per i contorni delineati e i colori accesi.
La sua arte non ha trovato discepoli, la sua strada era assolutamente individuale, segnata dall’autocontrollo e dalla riflessione. Il significato della sua opera, però, è sempre stato chiaro: la sua arte è una riflessione sull’arte stessa, la sua concezione è quella di chi va alla ricerca di ordine e alla fine tutto diventa un colloquio strettamente intimo.
Nel 1937 anche lui entra a far parte, non per suo volere, della mostra denigratoria “Arte degenerata” con 72 opere, avvenimento che gli procurerà molto dolore.
A partire dal 1929 poi, si manifesterà l’artrite deformante che prima lo costringerà a dipingere con un pennello legato alla mano, poi, nel 1938, lo porterà alla paralisi completa, fino alla morte nel 1941 a Wiesbaden. 
Jawlensky è un artista poco conosciuto, in parte a causa del suo carattere, in parte perché ha condiviso la scena con Kandinsky, decisamente più esibizionista di tutti, magari anche autoritario.
Trovo che la sua opera sia carica di un'introspezione unica, non violenta, non eclatante, lontanissima dall'autocommiserazione e autocelebrazione di Kirchner. Mi è sembrato giusto mostrarvelo in tutto il suo splendore, considerando ingiusto il suo vivere ancora oggi all'ombra dei suoi colleghi. 

10 commenti:

Alessandro de Leo ha detto...

La storia segue strani percorsi e non sempre consegna alla gloria tutti quelli che lo meritano. Ho conosciuto Jawlensky grazie a te ed invidio il percorso artistico che è riuscito a compiere, pur non invidiando la sua vita. Però, purtroppo, gli artisti più grandi sono spesso quelli che hanno sofferto di più.
Portando il discorso più nel mio campo, non posso non fare un parallelo fra i paesaggi di Jawlensky e quelli del fotografo Franco Fontana: entrambi hanno come elemento centrale il colore, entrambi rifiutano l'uso della prospettiva in senso accademico, entrambi sono sempre al limite dell'astrazione.
Complimenti per il post, come al solito =)

Lucrezia M. ha detto...

Purtroppo Jawlensky non ha ricevuto gli onori del grande pubblico. Sul libri è trattato sempre poco e a volte per niente. La ragione credo sia da imputare a personalità più estroverse della sua, emerse a suo discapito. Ti posso assicurare che guardando i suoi dipinti, sento sempre emergere una certa malinconia, sento che si sia sempre rivolto a se stesso, quasi che i suoi quadri siano dedicati solo a lui. Tra l'altro, dopo aver lasciato la Germania, si è chiuso in se stesso, ritrovando conforto nella sua idea di religione. Per me è uno dei grandi da ricordare, ma, si sa, è questione di gusto e di opinione.

Roke ha detto...

Credo di non aver visto mai nulla di questo artista, solo il ritratto del ballerino (che io pensavo fosse una donna!) senza nemmeno sapere di chi fosse... In effetti, vedendo le immagini viene subito da esclamare "che bei colori!" ma poi, leggendo la sua storia e soffermandosi, si può intravedere, come hai detto tu, la malinconia... a vederlo in quest'ottica, "Solitudine" mi sembra il più bello! Quel palo con i cartelli sembra esserne il protagonista.
La natura morta sembra proprio di Matisse, l'influenza è forte, mentre la signora raffigurata ne "La piuma bianca" mi fa venire in mente quel disegnino-illusione ottica dove sotto è scritto "è una donna voltata o una vecchietta?" ... non so se l'avete mai visto!
Grazie per avermi fatto scoprire questo artista, aspetto altri articoli artistici di pittori sconosciuti e non!

Roke ha detto...

Ecco l'illusione ottica che dicevo prima: è l'ottava dell'elenco http://www.gilda.it/ludomax/Paradox/illusion.htm
Pare derivi proprio da un quadro intitolato "Mia moglie e mia suocera" di un certo W.E. Hill http://www.vassoiofreddo.it/forum/viewtopic.php?f=6&t=3593 (è l'ottavo commento) ...wow!
(però io la somiglianza de "La piuma bianca" la riferivo all'illustrazione, non al quadro di Hill)

Alessandro de Leo ha detto...

Non riesco proprio a vederla la vecchia! Uff...

Lucrezia M. ha detto...

Conosco l'immagine doubleface. In effetti sì, ha una certa somiglianza. Ci sono tanti artisti "sconosciuti" che hanno un certo valore e un discreto peso nella Storia dell'Arte. Questo ci fa capire quanto sia difficile emergere dall'ombra e quanto decidano i critici, ma anche chi compila i libri di Storia dell'Arte, sulla fama di un artista piuttosto che un altro. E' un campo durissimo. Grazie per i commenti!

gianni segala ha detto...

Uno dei grandi dell 'arte , purtroppo non ancora conosciuto come avrebbe meritato . Insieme a Chaime Soutine è uno degli artisti da me preferiti . Grazie

Lucrezia M. ha detto...

E' vero, è stato un grande artista. Il suo essere lontano dai riflettori, con un amico fin troppo protagonista, lo ha fatto cadere in un dimenticatoio incredibile.
Mi piacciono molto i suoi paesaggi.
Spero di leggere ancora i tuoi commenti. Grazie a te!

trefonta ha detto...

complimenti per la bella presentazione critica di questo artista.
Il mio nonè un commento ma una domanda: mi chiedevo se Javlensky
si firmava anche in caratteri cirillici? Grazie

Lucrezia M. ha detto...

Grazie!
Non ho mai trovato la sua firma in alfabeto cirillico. Bisogna tener conto che ha operato tra Germania e Svizzera, quindi, per quanto fosse magari rimasto in contatto con la comunità russa, culturalmente era legato al resto d'Europa.

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