martedì 5 ottobre 2010

La rivolta dei poveri

Siamo alle solite Calimero, ma davvero alle solite. 
I giornali e i telegiornali non parlano di quello che sta accadendo in questo momento nelle Università Italiane. Se non frequenti gli Atenei, se non stai aspettando che inizino le lezioni, non c'è modo di rendersi conto che queste sono state rimandate, che stanno iniziando con forte ritardo. Oddio, spesso nemmeno chi frequenta si rende conto e di esempi intorno a me ne ho fin troppi.
La ragione di questi ritardi è che i ricercatori sono in sciopero a causa della "Riforma" Gelmini. Non ho sbagliato le virgolette, ma questa più che una riforma è un tentativo di distruggere l'istruzione pubblica
I ricercatori non ci stanno. 
Da Il Fatto Quotidiano:
 E’ soprattutto l’abolizione della figura di ricercatore a tempo indeterminato a essere contestata da chi protesta. “Scaduto l’assegno di ricerca, un ricercatore potrà solo firmare un contratto di tre anni e poi ancora uno di altri tre”, dice Alessandro Ferretti, rappresentante di Rete29Aprile, il sito di riferimento per chi protesta. “Il precariato verrà così allungato di sei anni”. Se alla fine di questo periodo il ricercatore non riuscirà a ottenere l’idoneità per diventare professore associato, dovrà lasciare l’università. Per evitare questo, un ateneo magari preferirà assegnare il posto da associato a un precario, anziché a un ricercatore con più anzianità che ha firmato il contratto a tempo indeterminato prima della riforma. “Sarà una guerra tra poveracci”, dice Ferretti. “A guadagnarci da questo disastro non è certo l’università”.
A parte questo, i ricercatori si occupavano della didattica: guardando le schede sul personale sui vari siti universitari, provate a cercare i nomi dei professori che vi hanno esaminato e che si sono occupati delle vostre lezioni e vedrete che si tratta per lo più di ricercatori. Era tutto volontario, o meglio, dato che si doveva far andare avanti la baracca, oltre alla ricerca, andava bene insegnare. Ora un contratto da schifo e ore obbligatorie di didattica a discapito della ricerca. 
In tutto questo i rettori acquistano più potere e il problema delle baronie non viene certo risolto, anche perché il figlio del professore, il cugino, lo zio, il nonno nell'università entrerà comunque; sono gli altri fessi a restarne fuori. 
E non ci sono buone notizie per la scuola: l'ultima novità della Gelmini è l'inizio della scuola a ottobre, perché così le famiglie hanno la possibilità di andare in vacanza a settembre. Chi? Quali famiglie andranno in vacanza? Quelle dei precari della scuola, dei ricercatori sbattuti fuori, degli insegnanti ormai a spasso, degli operai della Fiat e dell'indotto scartati per trasferire gli impianti di produzione nell'Est Europeo, gli sfollati de L'Aquila (quelli erano già in vacanza), gli agricoltori e gli allevatori distrutti dalle quote di produzione, i piccoli negozianti schiacciati dagli ipermercati, i disoccupati cronici nelle sacche meridionali? Esattamente di chi sta parlando quella donna?
A ribellarsi c'è stata la Lega, che tra una follia e l'altra, dice qualcosa di sensato. E' la Regione a gestire quando inizia e finisce l'anno scolastico, in virtù delle condizioni climatiche, del turismo e dei regolamenti europei che fissano a 200 il limite minimo dei giorni di insegnamento. Quindi se si inizia a ottobre si dovrebbe concludere a fine giugno.... al Sud Italia? Sì, certo. E al Nord che nevica? Che si fanno le vacanze di Natale prolungate? 
Quello che vedo, nonostante e già prima di questi cambiamenti, è un'Italia sempre più ignorante, che non sa parlare più nella sua lingua madre e non si tratta dell'evoluzione naturale della lingua, ma di una degenerazione completa: aggettivi ridondanti, puntini di sospensione a caso o frasi chilometriche di cui si perde il senso. E tralascio i congiuntivi! Sono sfinita.

2 commenti:

Alessandro de Leo ha detto...

Esplicativa è stata una frase di Berlusconi durante l'ultima festa dal PdL. Parlando della scuola, ha detto "se una famiglia non si riconosce nei professori e nei libri di quella pubblica, ha il diritto di mandarli a quella privata". Al solito, secondo lui, dare un diritto a qualcuno (diritto che peraltro possiedono già) significa toglierlo a tutti gli altri. Quindi, per far sì che i ricchi possano mandare i figli a scuole private spendendo meno si tolgono i soldi alla scuola pubblica. Risultato: solo i ricchi potranno istruirsi, la plebe resterà ignorante; ed un ignorante è più governabile.

Lucrezia M. ha detto...

Il Paese è già fortemente ignorante e, cosa grave, è che la scuola non ha nemmeno il minimo per andare avanti. La differenza poi, tra la scuola privata italiana e quella di qualunque altro posto nel mondo è che da noi, se ne frequenti una, è perché non sei capace di farcela in quella pubblica (tranne rare eccezioni). Comunque sia a livello culturale la scuola pubblica è ancora un gradino su... e già siamo nello schifo. Figuriamoci.

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