sabato 24 settembre 2011

Nulla nasce dal nulla

Angelo annunciante, 1608, marmo, 185 cm,
Francesco Mochi,
Museo dell'Opera del Duomo, Orvieto
Io e il Barocco non siamo mai andati troppo d'accordo. Trovo molti dei suoi elementi particolarmente nauseanti. Non posso usare un'altra parola per descrivere la sensazione che provo quando guardo le testine dei putti aggettarsi da altari, cornici e stucchi. E' proprio nausea quella che provo, ma c'è sempre qualcosa che piace meno nell'universo dell'Arte. 
Prima che uno stile diventi moda, cosa che ammazza qualsiasi buona intenzione, esistono le vie di mezzo, i momenti di passaggio, le origini di qualunque cosa. Nell'Arte non esiste nessun cambiamento improvviso: niente viene fuori dal nulla o dalla mente malata di un artista che si sveglia una bella mattina e decide di farne una delle sue. Questo è un discorso che dovrebbe essere approfondito, ma, se guardiamo alla Storia dell'Arte, è più facile capire che appena dopo Michelangelo non ci sarebbe mai potuto essere Picasso e tanto meno Pollock: li avrebbero rinchiusi in manicomio e a ben ragione, direi. 
Allo stesso modo l'eccesso del Barocco e del Rococò non sono sbucati dal nulla, ma da una lenta e graduale metamorfosi delle forme rinascimentali a quelle tipiche del periodo. Per rendere più facile la comprensione delle differenze, basta osservare il "Mosè" (1515-1542) di Michelangelo e uno dei "Quattro Fiumi" (1651) a Piazza Navona di Bernini. Vi sembrerà un paragone eccessivo, con più di cent'anni di differenza. Invece è il metodo giusto per capire. Se osserviamo il Profeta e il Rio de la Plata, possiamo trovare una perfetta monumentalità in entrambi, ma un diverso concetto di movimento.
Michelangelo è conosciuto per essere un artista energico e per trasmettere questa energia alle sue opere, nervose, i fasci di muscoli prepotentemente alla vista, gli sguardi vivi, la vitalità insita in tutte le sue opere. Il suo Mosè non è certo un vecchio decrepito, ma ha un bicipite in evidenza e la sua mano grande che muove la barba lunga. Un ginocchio è piegato, in un ripensamento dell'artista, che ha optato per un volto di trequarti, rispetto alla figura ieraticamente frontale. 
Questa scultura paragonata alla figura scomposta del Fiume è ancora impastoiata in una rigidità pressante. Il Fiume è sdraiato, in una posizione forse originariamente rilassata che viene scossa da un avvenimento improvviso, con l'espressione atterrita e un braccio alzato a proteggersi, da cosa? Si dice dall'ipotetico crollo di Sant'Agnese, la chiesa che si trova nella piazza, progetto di Borromini, rivale del favorito dai Papi, che alla fine si suiciderà, forse per l'essere sottovalutato. Bernini era un buontempone, diremmo... neanche poi tanto. Leggenda o verità? Chi può dirlo!
Vergine annunciata, 1608, marmo,
210 cm, Francesco Mochi,
Museo dell'Opera del Duomo, Orvieto
Tra Rinascimento e Barocco serpeggiava il Manierismo. I due manierati erano Michelangelo e Raffaello. Chi più chi meno, si rifaceva a queste due autorità, mettendoci del proprio, ma si era ancora legati indissolubilmente a loro. In architettura a San Pietro in Vaticano tra Michelangelo e Bernini c'è stato Carlo Maderno, a lavorare sulla facciata e un altro Maderno, Stefano, è scultore negli stessi anni, sempre a Roma, autore di "Santa Cecilia giacente" (1599) che si pone già come attrice protagonista di un palcoscenico costruito sull'altare della chiesa omonima in Trastevere, dove tutto è oro e pietra rossa e la Santa è in marmo bianco su un fondo nero. 
Accanto a questo Maderno, lui, l'uomo che ha colpito il mio immaginario, Francesco Mochi con un'opera incompiuta, un'"Annunciazione" a Orvieto del 1608. Come Maderno, una via di mezzo tra i due grandi dell'Arte, ma con una capacità di sintesi tra passato e futuro strabiliante. Se l'Annunziata richiama la Vergine del "Giudizio Universale" della Cappella Sistina, l'Angelo annunziante è unico nel suo genere. La nuvola e le vesti sono coinvolte in un tifone che le infonde una forza centrifuga che appiattisce in orizzontale il panneggio. Il corpo è avvolto da una leggerezza che rende nulli i suoi quasi 2 metri di altezza e un peso altrettanto imponente. In tutto questo movimento il vestito di Gabriele scivola giù da una spalla e il suo gesto, indicante l'Altissimo alla Donna spaventata, anticipa l'inconsulta scompostezza del Fiume. Immagino la macchina d'altare che avrebbe potuto ospitare queste due sculture e rabbrividisco, questa volta senza nausea!
"Nulla nasce dal nulla e nulla si trasforma in nulla", scriveva Lucrezio, mettiamocelo nella zucca.

3 commenti:

Catia S ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Catia S ha detto...

Ciao! Ho letto con piacere il tuo articolo...ho visitato di recente il museo dell'opera del duomo di Orvieto. Concordo perfettamente su quello che scrivi dell'angelo che è appena arrivato "e non ha ancora rimesso a posto le ali" come mi ha fatto notare mio marito. Trovo però che anche la Vergine sia notevole: presa alla sprovvista e quasi terrorizzata dall'arrivo dell'angelo (chi non lo sarebbe stato?) che nell'alzarsi col suo libro in mano rimane impigliata con la veste nella sedia...secondo me di una modernità infinita...la Vergine stava leggendo un libro seduta su una sedia...magari era un libro sacro...però stava leggendo...scusa se mi sono permessa...non sono un'esperta d'arte mi piacciono semplicemente le cose belle...ricordo che quando in seconda media ci hanno portato a Firenze mi sono quasi sentita male difronte a tante bellezze artistiche...sarà stata una specie di sindrome di Stendhal? Grazie un saluto!

Lucrezia M. ha detto...

Ciao anche a te!
Le opere barocche hanno una capacità scenografica da lasciarci a bocca aperta. Sì, anche la Vergine ha la sua bellezza particolare, forse un po' più classica nello stile, ma, come hai fatto notare tu, una donna moderna che stava leggendo.
Mi fa piacere che l'articolo ti sia piaciuto!
Potrebbe essere una leggera sindrome di Stendhal, chissà!
A presto!

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