mercoledì 9 maggio 2012

Il cuore rivelatore

Deviantart, opera di marak24
Prendo in prestito il titolo di uno dei racconti più inquietanti di E.A. Poe per una buona ragione. 
Sono molto attratta dalle opinioni delle persone su svariati argomenti; frequento qualche forum per questo, mi piace confrontarmi e riflettere su qualcosa che magari non avrei mai preso in considerazione. 
L'unico problema dei forum è che spesso quello che si dice non collima con quello che si fa. Siamo nella logica del proverbio "predica bene e razzola male", ma penso che i nostri comportamenti siano governati inconsciamente da valori morali ed etici che abbiamo interiorizzato e non riflettiamo su ogni nostra scelta, ma agiamo istintivamente
Questo non toglie che mi stupisca di certe incongruenze. 
In una discussione su un forum si chiedeva di associare un'opera d'arte alla femminilità, bisognava indicare un'opera che rappresenta l'essenza della femminilità o l'essere donna, secondo quella che era la propria visione di questa. E' un esercizio interessante, i cui risultati mi hanno stupita.
Tra i risultati, Gustav Klimt è andato per la maggiore con: La Vergine, Danae, Il bacio
Un utente ha proposto una delle pin-up di Gil Elvgren dal titolo emblematico: He thikns I'm too good to be true
C'è stata anche la Nike di Samotracia, per via del panneggio definito "sexy e femminile", seguita da altre sculture come Amore e Psiche di Canova, una di Rodin che si muove sullo stesso filone, Het eeuwige idool, insieme a La cigale di René Mege Du Malmont.

mercoledì 28 marzo 2012

Avere qualcosa da dire

Caronte, G. Dorè, illustrazione nell'edizione della
Divina Commedia di fine Ottocento.
Svegliarsi la mattina e dire: "Io voglio fare l'artista". Sì, 'fare', perché è questo il verbo che si usa più spesso, quasi che si tratti di un mestiere. Il verbo 'essere' implicherebbe un ruolo più impegnativo, che non è più ben definito, se mai un ruolo sia mai stato ricoperto dall'artista.
La parola artista è inflazionata: la usano in tanti per indicare tanti modi di fare e di essere differenti, chi primeggia (e nemmeno poi così tanto) in qualche campo particolare. La sentiamo applicata ai cantanti di qualunque genere, ai pittori, ai fotografi, agli showman, ai calciatori. Non si capisce più cosa effettivamente voglia significare.
Se dovessimo prendere in considerazione il significato etimologico, l'artista è colui che, seguendo determinate regole, è capace di operare in modo mirabile e di produrre determinati beni, necessari e non. Purtroppo la considerazione etimologica non ci aiuta molto, se è di Arte che vogliamo parlare. 
Seguendo la storia, l'artista ha considerazioni differenti nei secoli e a me piace guardare a quei periodi in cui l'artista è anche il genio o semplicemente qualcuno che ha qualcosa da dire con la sua arte, che ha un scopo preciso nel mondo e nella società. 
Ho trovato particolarmente interessante la concezione di 'artista' di Wassily Kandinsky
Ne "Lo spirituale nell'arte", prima di arrivare alle conclusioni di questo suo libro, intitola un capitolo "L'opera d'arte e l'artista".

mercoledì 1 febbraio 2012

Tabula Rasa 4/ 2/ 2012 - 29/ 2/ 2012 testo critico di Lucrezia Modugno



L’idea della tabula rasa può sembrare estrema nel suo genere. L’immagine dello zero assoluto, di cancellazione di ogni concetto e preconcetto, forse anche di esperienze e vissuti, sembra proporre una certa violenza contro sé stessi. 
L’origine di questa locuzione non è così terrificante e affonda le sue radici in un’epoca antica, dove “fare tabula rasa” era un’azione naturale per chi utilizzava le tavolette di cera per esercitarsi nella scrittura o risolvere quesiti matematici. Bastava girare lo stilo e ricompattare la cera, per renderla pronta ad accogliere nuove parole. 
Poi vennero i filosofi e lì qualcosa cominciò a complicarsi, perché l’immagine della tabula rasa venne utilizzata per spiegare concetti complessi. Dei filosofi non c’è mai da fidarsi e infatti utilizzarono questa semplice visione per illustrare la natura dell’intelletto umano, la condizione primordiale in cui si trova il nostro cervello, pronto a registrare qualunque stimolo esterno per riempire la mente. Dobbiamo però ricordare quacosa di molto importante, ovvero che «nella mente non c'è niente che non sia già stato nei sensi».  Tutto ci riporta all’esperienza estetica e l’estetica ci riconduce per vie traverse all’arte. È di arte che vorrei discutere.

mercoledì 4 gennaio 2012

La patina del Tempo

La Vergine delle rocce,
Leonardo da Vinci,  1483-86,
olio su tela trasportato da tavola, 198x123 cm,
Museo del Louvre, Parigi
La notizia dell'irrimediabile rovina della versione de "La Vergine delle rocce" di Leonardo da Vinci, conservata al Louvre, ha fatto il giro del mondo e ha costretto alle dimissioni due dei massimi esperti francesi : Segolen Bergeon Langle, responsabile delle operazioni di restauro di tutti i musei francesi, e Jean-Pierre Cuzin, ex direttore della sezione pittura del Louvre.
Il problema lamentato è un'eccessiva pulitura della superficie pittorica, che ha portato alla eliminazione di alcune parti dello sfumato, una delle tecniche caratteristiche del pittore rinascimentale fiorentino.
Che vuol dire esattamente?
Per chi non è esperto di tecniche pittoriche e di tecniche di restauro, come anche dei principi che lo regolano, vorrei chiarire alcuni concetti.
Innanzitutto, l'opera in questione è un dipinto ad olio su tavola trasportato su tela. Partendo dalla scheda tecnica del quadro è possibile comprendere il danno che è stato posto in essere in questo restauro.
La tecnica ad olio prevede l'utilizzo di pigmenti, maggiormente di origine minerale (non mancano le terre e quelli di origine organica, vegetale o animale) disciolti in soluzione in olio di lino, di noce, fino alla trementina. Il vantaggio di questa tecnica è che è possibile ritoccare costantemente, a più riprese un dipinto una volta asciutto, senza rischiare di mescolare il colore che si va ad apporre con quello sottostante; la lenta asciugatura, al contrario, permette di far compenetrare più facilmente i colori e semplificare la resa del modellato. Inoltre l'olio permette al colore di essere più elastico rispetto alla tempera, per cui si cominciò a sostituire il supporto pittorico, passando dalla tavola alla tela, che facilitava i trasporti delle opere per il commercio. Con la tempera pura non sarebbe stato possibile arrotolare le tele per sistemarle sulle navi mercantili, quindi con l'olio come legante si affermò anche la tela come supporto.

martedì 1 novembre 2011

Se la pioggia fosse... La pubblicità è arte?

Uno dei quesiti che ogni tanto sbuca in qualche forum di discussione è se sia lecito considerare la pubblicità una forma d'arte. Le opinioni sono discordanti e di certo la confusione messa in atto da alcuni artisti (conclamati, come una malattia) non fa di certo chiarezza sull'argomento.
E' vero che spesso, guardando la televisione o sfogliando una rivista, ci troviamo di fronte qualche immagine capace di stupirci, di meravigliarci e un pensiero che ci sfiora è quello della bellezza estetica. Un esempio chiaro possono essere le pubblicità degli yogurt Müller o le pubblicità degli elettrodomestici Whirlpool che vengono considerate "artistiche", perché sono cariche di una certa eleganza di fondo. Ne ho sentiti molti di commenti in questo senso e ammetto che sono piacevoli alla vista, ma che poi lasciano il tempo che trovano (alcune sono vomitevoli e vorrei sapere come mai in un gruppo che lavora a una campagna pubblicitaria non venga un dubbio, non abbia obiezioni da fare).
Ulteriore confusione avviene quando è un artista che decide di firmare delle campagne pubblicitarie e l'esempio migliore è quello di Oliviero Toscani per la Benetton, oppure anche Andy Warhol che involontariamente fece impennare le vendite della Zuppa Campbell, ma la sua non era una campagna pubblicitaria.
Se per le pubblicità che passano in televisione è più facile toglierle l'etichetta di "arte" (la videoart genera ancora diffidenza da parte del pubblico), difficile è sfogliare le riviste e guardare le immagini, le fotografie, le grafiche che caratterizzano le pubblicità.

sabato 24 settembre 2011

Nulla nasce dal nulla

Angelo annunciante, 1608, marmo, 185 cm,
Francesco Mochi,
Museo dell'Opera del Duomo, Orvieto
Io e il Barocco non siamo mai andati troppo d'accordo. Trovo molti dei suoi elementi particolarmente nauseanti. Non posso usare un'altra parola per descrivere la sensazione che provo quando guardo le testine dei putti aggettarsi da altari, cornici e stucchi. E' proprio nausea quella che provo, ma c'è sempre qualcosa che piace meno nell'universo dell'Arte. 
Prima che uno stile diventi moda, cosa che ammazza qualsiasi buona intenzione, esistono le vie di mezzo, i momenti di passaggio, le origini di qualunque cosa. Nell'Arte non esiste nessun cambiamento improvviso: niente viene fuori dal nulla o dalla mente malata di un artista che si sveglia una bella mattina e decide di farne una delle sue. Questo è un discorso che dovrebbe essere approfondito, ma, se guardiamo alla Storia dell'Arte, è più facile capire che appena dopo Michelangelo non ci sarebbe mai potuto essere Picasso e tanto meno Pollock: li avrebbero rinchiusi in manicomio e a ben ragione, direi. 
Allo stesso modo l'eccesso del Barocco e del Rococò non sono sbucati dal nulla, ma da una lenta e graduale metamorfosi delle forme rinascimentali a quelle tipiche del periodo. Per rendere più facile la comprensione delle differenze, basta osservare il "Mosè" (1515-1542) di Michelangelo e uno dei "Quattro Fiumi" (1651) a Piazza Navona di Bernini. Vi sembrerà un paragone eccessivo, con più di cent'anni di differenza. Invece è il metodo giusto per capire. Se osserviamo il Profeta e il Rio de la Plata, possiamo trovare una perfetta monumentalità in entrambi, ma un diverso concetto di movimento.

martedì 9 agosto 2011

Il ricco poeta

Erato, Muse of Poetry, 1870, Sir Edward John Poynter

Potrebbe sembrare il titolo di un racconto o di un romanzo. Niente di tutto ciò.

Mentre leggevo un saggio di Virginia Woolf, mi sono imbattuta nelle considerazioni di un critico letterario, Sir Arthur Quiller-Couch, un uomo che ha analizzato la poesia inglese dal 1250 al 1900, un esperto, possiamo dirlo con una certa sicurezza. 
Le considerazioni estrapolate sono scritte nel 1916 e si riferiscono alla poesia dell'Ottocento inglese e la sua analisi ha poco di poetico e tanto di materiale.
"Quali sono i nomi dei grandi poeti degli ultimi cento anni o giù di lì? Coleridge, Wordsworth, Byron, Shelley, Landor, Keats, Tennyson, Browning, Arnold, Morris, Rossetti, Swinburne - e possiamo fermarci qui. Fra questi,  tutti eccetto Keats, Browning e Rossetti, avevano frequentato l'università; e di questi tre, Keats, che morì giovane, stroncato nel fiore degli anni, era il solo che non fosse abbastanza ricco. Può sembrare un'affermazione brutale ed è certo una cosa triste a dirsi, ma a giudicare dai fatti, la teoria secondo la quale il genio poetico fiorisce dove vuole e allo stesso modo fra i poveri e fra i ricchi, contiene ben poca verità.
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