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mercoledì 4 gennaio 2012

La patina del Tempo

La Vergine delle rocce,
Leonardo da Vinci,  1483-86,
olio su tela trasportato da tavola, 198x123 cm,
Museo del Louvre, Parigi
La notizia dell'irrimediabile rovina della versione de "La Vergine delle rocce" di Leonardo da Vinci, conservata al Louvre, ha fatto il giro del mondo e ha costretto alle dimissioni due dei massimi esperti francesi : Segolen Bergeon Langle, responsabile delle operazioni di restauro di tutti i musei francesi, e Jean-Pierre Cuzin, ex direttore della sezione pittura del Louvre.
Il problema lamentato è un'eccessiva pulitura della superficie pittorica, che ha portato alla eliminazione di alcune parti dello sfumato, una delle tecniche caratteristiche del pittore rinascimentale fiorentino.
Che vuol dire esattamente?
Per chi non è esperto di tecniche pittoriche e di tecniche di restauro, come anche dei principi che lo regolano, vorrei chiarire alcuni concetti.
Innanzitutto, l'opera in questione è un dipinto ad olio su tavola trasportato su tela. Partendo dalla scheda tecnica del quadro è possibile comprendere il danno che è stato posto in essere in questo restauro.
La tecnica ad olio prevede l'utilizzo di pigmenti, maggiormente di origine minerale (non mancano le terre e quelli di origine organica, vegetale o animale) disciolti in soluzione in olio di lino, di noce, fino alla trementina. Il vantaggio di questa tecnica è che è possibile ritoccare costantemente, a più riprese un dipinto una volta asciutto, senza rischiare di mescolare il colore che si va ad apporre con quello sottostante; la lenta asciugatura, al contrario, permette di far compenetrare più facilmente i colori e semplificare la resa del modellato. Inoltre l'olio permette al colore di essere più elastico rispetto alla tempera, per cui si cominciò a sostituire il supporto pittorico, passando dalla tavola alla tela, che facilitava i trasporti delle opere per il commercio. Con la tempera pura non sarebbe stato possibile arrotolare le tele per sistemarle sulle navi mercantili, quindi con l'olio come legante si affermò anche la tela come supporto.

sabato 24 settembre 2011

Nulla nasce dal nulla

Angelo annunciante, 1608, marmo, 185 cm,
Francesco Mochi,
Museo dell'Opera del Duomo, Orvieto
Io e il Barocco non siamo mai andati troppo d'accordo. Trovo molti dei suoi elementi particolarmente nauseanti. Non posso usare un'altra parola per descrivere la sensazione che provo quando guardo le testine dei putti aggettarsi da altari, cornici e stucchi. E' proprio nausea quella che provo, ma c'è sempre qualcosa che piace meno nell'universo dell'Arte. 
Prima che uno stile diventi moda, cosa che ammazza qualsiasi buona intenzione, esistono le vie di mezzo, i momenti di passaggio, le origini di qualunque cosa. Nell'Arte non esiste nessun cambiamento improvviso: niente viene fuori dal nulla o dalla mente malata di un artista che si sveglia una bella mattina e decide di farne una delle sue. Questo è un discorso che dovrebbe essere approfondito, ma, se guardiamo alla Storia dell'Arte, è più facile capire che appena dopo Michelangelo non ci sarebbe mai potuto essere Picasso e tanto meno Pollock: li avrebbero rinchiusi in manicomio e a ben ragione, direi. 
Allo stesso modo l'eccesso del Barocco e del Rococò non sono sbucati dal nulla, ma da una lenta e graduale metamorfosi delle forme rinascimentali a quelle tipiche del periodo. Per rendere più facile la comprensione delle differenze, basta osservare il "Mosè" (1515-1542) di Michelangelo e uno dei "Quattro Fiumi" (1651) a Piazza Navona di Bernini. Vi sembrerà un paragone eccessivo, con più di cent'anni di differenza. Invece è il metodo giusto per capire. Se osserviamo il Profeta e il Rio de la Plata, possiamo trovare una perfetta monumentalità in entrambi, ma un diverso concetto di movimento.
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